Cari amici modellisti,

con l’arrivo del Bf108 ordinato direttamente sul sito della Eduard, e seguendo la falsariga delle recensioni presenti in tutte le monografie della nostra collana “Italian Aviation Series” (qui sotto una pagina di esempio), andiamo ora ad illustrare cosa abbiamo “trovato” nelle scatole che andremo a realizzare.

Tratto da “Tornado IDS/ECR

 

Il Messerschmitt Bf 108 Taifun era un velivolo da turismo e da competizione sviluppato dalla Bayerische Flugzeugwerke) di costruzione interamente metallica. Originariamente designato M.37, l’aereo fu progettato come velivolo sportivo a quattro posti per la competizione Challenge International de Tourisme del 1934. Il prototipo M 37 volò nella primavera del 1934 con un motore Hirth HM 8U a V invertito da 250 CV ed elica tripala. In particolare aveva un basso consumo di carburante, buona maneggevolezza e eccellenti caratteristiche di decollo e atterraggio. Il Bf 108A volò per la prima volta nel 1934, seguito dal Bf 108B nel 1935. Il Bf 108B utilizzò il motore a V 8 cilindri  invertito raffreddato ad aria Argus As 10.

Il soprannome Taifun (tedesco per “tifone”) fu dato da Elly Beinhorn, un noto pilota tedesco, e quindi generalmente adottato. Il Bf 108 fu adottato in servizio nella Luftwaffe durante la Seconda Guerra Mondiale, dove fu utilizzato principalmente come velivolo per il trasporto di personale e da collegamento. L’aereo fu coinvolto nell’incidente di Mechelen (quando i belgi si trovarono tra le mani il Fall Gelb, ossia l’invasione tedesca dei Paesi Bassi). La produzione del Bf 108 fu trasferita nella Francia occupata durante la guerra, ove la produzione continuò dopo il 1945, battezzandolo Nord 1000 Pingouin.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La ristampa dell’edizione 2002 di Eduard, è un kit modellato in plastica grigia, gli stampi hanno 16 anni ma sono ancora molto belli. Aprendo la confezione Profipak, abbiamo 87 parti in plastica grigia (6 inutilizzate) e 2 parti in plastica trasparente, un foglio fotoinciso a colori, la mascheratura per i vetri.

Testo e foto Claudio Col